Sua Santità a Milano

Milano, 21 ottobre 2016
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Sua Santità ha iniziato la sua giornata concedendo un’intervista a un vecchio amico, Pio D’Emilia per Sky Tg 24. D’Emilia ha iniziato la sua intervista chiedendogli se la sua salute fosse ancora buona. “Si” ha risposto lui “ma sono sempre più anziano e qualche volta nella tarda serata mi sento stanco. Tuttavia dormo regolarmente 8 o 9 ore ogni notte, quindi mi risveglio fresco ogni mattina”.
Circa le ripetute accuse dei cinesi che gli imputano di essere un separatista, Sua Santità ha osservato: “Storicamente i documenti cinesi mostrano che esistevano tre imperi: cinese, mongolo e tibetano. Dopo il 1951 abbiamo cercato di trovare un’intesa e abbiamo firmato un Accordo in 17 punti, un precedente mai seguito da un’altra provincia in quell’area. Negli anni ’60 abbiamo sollevato il problema del Tibet all’ONU con scarso effetto. Nel 1970 si è fatta urgente la necessità di trovare un’assonanza con il Governo Cinese e nel 1974 abbiamo formalmente dichiarato che non eravamo interessati a una vera e propria indipendenza, ma alla tutela dei diritti per le minoranze, garantiti dalla stessa costituzione cinese”.
Rispetto a un suo possibile viaggio in Tibet o in Cina, Sua Santità ha dichiarato che dal 1954 ha espresso il desiderio, che ancora aspira a realizzare, di andare in pellegrinaggio a Wu Taishan.
“La Cina è un paese antico, un paese buddista, ma attualmente è anche uno stato totalitario dove molte persone sono isolate dalla realtà. Alcuni suoi leader sono realistici mentre altri perseverano nell’adottare una linea dura”. Per quanto riguarda Xi Jinping, Sua Santità ha osservato che è difficile comprendere le sue intenzioni. La sua famiglia è buddista. Sua Santità che conosceva il padre di Xi Jinping, amico dell’ultimo Panchen Lama, ammira i suoi sforzi per combattere la corruzione.

D’Emilia ha richiesto al Dalai Lama di commentare il suo mancato invito all’incontro interreligioso di Assisi ed egli ha chiarito che considera più importate e più efficace incontrare il pubblico piuttosto che incontrare i leader.

D’Emilia ha poi chiesto una dichiarazione rispetto al suo possibile successore e Sua Santità, dopo aver ribadito ancora una volta che spetterà al popolo tibetano decidere se vogliano o no riconoscere un altro Dalai Lama, ha menzionato diverse possibili opzioni. Una è quella di nominare lui stesso una persona come suo successore. Un’altra è quella di indire un’elezione che individui un “Lama Anziano” in grado di assumersi questa responsabilità, così come è stato fatto per il Gaden Tripa. Poiché egli ha spesso esortato le donne ad assumere un ruolo da protagoniste nel promuovere l’amore e la compassione, ha fatto notare che se una giovane ragazza dovesse dichiarare di essere il Dalai Lama “allora… perché no?”

Facendo presente a Sua Santità che l’imperatore giapponese ha ammesso la sua possibile abdicazione e un Papa ha già rassegnato le sue dimissioni, gli è stato chiesto se ha mai considerato la possibilità di fare la stessa cosa. “Mi sono già ritirato dalla responsabilità politica. Suppongo che potrei anche smettere di essere un monaco ma non credo potrei mai dimettermi dall’essere un Dalai Lama”.

Dopo pranzo, il Dalai Lama, indirizzandosi a più di 200 tibetani che vivono in Italia, Svizzera e Spagna, ha detto:

“Sono contento che possiamo incontrarci ora brevemente. Ormai siamo in esilio da 57 anni. Negli anni 50 l’Amdo e Kham furono sconvolti dalle guardie armate cinesi che volevano imporre cambiamenti nel Tibet. Una tale posizione suscitò grandi proteste da parte dei tibetani. Il nostro era stato un sistema feudale, ma non era affatto male. Furono i servitori ad avvisare i loro precedenti padroni di essere in pericolo così da permettere loro di fuggire. Questo era lo standard di onestà e giustizia che esisteva tra di noi. Quando la lotta di classe fu imposta ai tibetani, non funzionò bene. Comunque, nel 1959 dovetti scappare”.

“La generazione che ebbe esperienza di questi avvenimenti per lo più è passata, ma lo spirito tibetano è rimasto fermo e forte. I sostenitori della linea dura che ha usato la forza contro di noi pensavano che, andato via il Dalai Lama, tutto si sarebbe risolto a loro favore. Si sbagliavano. Ho sentito dire che, quando il Presidente Mao fu informato della violenza usata in Tibet, egli chiese cosa fosse accaduto al Dalai Lama. Quando sentì che io ero fuggito, osservò: “In questo caso, abbiamo perso”. “Gli estremisti pensavano che, se avessero schiacciato la protesta in Tibet centrale, avrebbero vinto, ma ancora una volta si sbagliavano.  Poiché gli stessi cinesi sono appassionati nel preservare e difendere la loro cultura, è sorprendente che non capiscano che i tibetani sono altrettanto appassionati circa la difesa della loro propria tradizione. Si dice che ora ci siano 400 milioni di buddisti cinesi, molti dei quali sono persone colte che hanno imparato che i monaci cinesi non danno accurate spiegazioni sul buddismo, mentre i monaci tibetani sono ben preparati. Tutte le nostre tradizioni buddiste tibetane hanno radici nella scuola universitaria del Nalanda, il che significa che esse studiano la logica e i ragionamenti in combinazione con la filosofia. Nessun altra tradizione buddista può vantarsi di questo”.

Tornato nella sala degli insegnamenti, Sua Santità ha risposto a una serie di domande da parte del pubblico prima di riprendere la spiegazione dei testi: In lode all’origine dipendente e I tre Aspetti Principali del Sentiero.
Foto di Laura Catalano.

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